Pillole di tribuna stampa. (di robertotolomeo)
“Queste polemiche fra pochi mesi saranno passate e finalmente parleremo di Obama al passato, come il nostro Capitan Schettino, uno che di questi tempi sta abbandonando la nave degli Stati Uniti”. Obama “non sta facendo il suo dovere, ma gira il Paese a raccogliere voti”
Parole di Reince Priebuspresidente del Partito Repubblicano americano, un po’ il Bersani del nuovo mondo (nel senso di capo dell’ opposizione) impegnato nella solita estenuante e noiosa nonchè infinita campagna presidenziale degli Usa, fatta di 768 primarie e una caterva di interviste televisive. Come questa in cui paragona l’attuale inquilino della Casa Bianca a un comandante di una nave a caso…
Su,capitano Schettino non si butti giù. La sua popolarità è in crescita. In tutto il mondo persino in Usa la prendono per il culo. Lei e noi.

La superstizione per me non esiste. Passo regolarmente sotto le scale, non esercito pressioni sui miei generalmente non troppo sollecitati zebedei quando scorgo un gatto nero, un carro funebre, un ombrello aperto in locale chiuso. Interrompo sistematicamente tutte, dico tutte, le catene di S. Antonio e allo stato non sono mai morto. Eppure dopo aver saputo la nave che stamattina è andata a mollo nel Tirreno con morti e feriti ha avuto un battesimo non particolarmente positivo dal punto di vista scaramantico qualche perplessità sul ruolo oggettivo della sfiga nella nostra esistenza, beh, inizio ad averla. Diciamo che, se dovessi salire mai su una di queste navi da crociera credo che chiederò preventivamente informazioni un po’ più dettagliate su come è avvenuto il varo del “bestione”. Potrei sempre farla passare per semplice curiosità da giornalista con deformazione professionale. Giusto per chiarire ecco cosa è successo al momento del varo della Costa Concordia, non chiedetemi quando è successo, non ho idea
Ed ecco che fine ha fatto oggi (le foto di Repubblica.it non sono riuscito a salvarle, sorry)
Se tanto mi dà tanto quale fine atroce avrebbe fatto l’imbarcazione protagonista di questa celebre scena di un film di Fantozzi se fosse esistita davvero?
In anteprima le prime immagini del commissario che guiderà Catanzaro fino alle prossime elezioni dopo le dimissioni di Traversa Eccole qui.

Nel 2011 ho capito che il lavoro che svolgo, nella terra in cui vivo, non mi darà mai da mangiare. Eppure di gente che firma articoli ce ne è ancora tanta. Tutti matti? Non ne sono troppo convinto. Intanto il mio pensiero è rivolto a loro.
Happy new year a tutti i giornaloidi precari, ai professionisti sottopagati, ai semidisoccupati, ai disoccupati, ai “volontari” e affini, ai presunti collaboratori, agli stagisti a zero euro,ai turnisti domenicali raccoglitabellini, ai prepubblicisti ricompensati 4 centesimi a rigo se ci va
Felice anno nuovo ai redattori interni fatti fuori dagli editori nel 2011 perché iniziavano a costare troppo o a pretendere il 10% dei loro diritti. Un abbraccio anche a chi ha pagato le conseguenze di essere amico di costoro, Non è stato il primo, non sarà l’ultimo.
Buon 2012 a chi si fa quotidianamente un mazzo, si becca chicchi di grandine in testa porte in faccia, ramanzine in ogni lingua, spintoni, qualche vaffanculo di troppo, la prosopopea di qualche collega “arrivato”, eppure alla fine è capace di sorridere a 64 denti rileggendo un proprio pezzo che lo soddisfa, riguardando un titolo azzeccato o una sua intervista ben confezionata.
Buona fine e buon principio a te che riesci ancora a godere come un matto quando ti accorgi che quel tipo sulla funicolare col giornale in mano sta leggendo proprio l’articolo che tu hai scritto ieri, e sembra interessato. Interessatissimo.
Auguri a chi giorno dopo giorno si incaponisce sempre di più. Perchè crede che questa sia la sua strada e spesso se lo può anche permettere. Perché possiede anche qualcosa in più del minimo sindacale di talento e tecnica. Peccato che non se ne accorga (o non se ne voglia accorgere) quasi nessuno
Insomma Buon Annoa chi ha chiaro il suo obiettivo per il 2012: dimostrare che nel 2011 io mi sbagliavo. A chi, tra dodici mesi, su questi schermi, spera di poter dire che di giornalismo, solo di giornalismo, si può campare. Qui. Spero di cambiare idea pure io.
Ogni anno a Natale linko questo video su Facebook. Per me rivedere (e far rivedere) ogni 25 dicembre questa scena tratta dal film La Vita è meravigliosa è una consuetudine natalizia di primo livello.
Come la consumazione del pandoro e dei lupini come l’ascolto involontario dei 67787 Jingle Bells nell’aria, e delle chiacchiere piene di livore della gente che detesta questa ricorrenza senza una ragione precisa.
Di chi la definisce la festa dell’ipocrisia solo perché non la riesce a viverne lo spirito che in questo video è ben rappresentato. Mi dispiace per loro. Vabbè buon Natale

Non so se davvero la fantomatica era Berlusconi sia finita. Anche dopo l’approvazione della Legge di stabilità credo che continuerò a restare scettico sulla sua intenzione di dimettersi come promesso.
Solo se nella Finanziaria venisse inserito, e a tradimento approvato, un emendamento subliminale che garantisse l’impunità penale perpetua a tutti i presidenti del consiglio contemporaneamente proprietari di squadre di calcio con almeno tre Coppe dei Campioni in bacheca, sarei certo che abbandonerebbe la nave.
Nel frattempo, mentre il Sole 24 Ore lancia un disperato appello alla soluzione immediata della crisi poltica, (il titolone in foto rubata dal profilo Facebook del collega e amico Massimiliano Raffaele è eloquente), io oggi ho provato a informarmi, per la prima volta seriamente, sulle conseguenze che questo immane bordello potrebbe avere sulle tasche dello sfigato italico medio. Mi sono imbattuto in un articolo di Repubblica.it che, tanto per usare un eufemismo, non mi rassicura. Ve lo riporto sotto, anziché linkarlo: tanto Repubblica.it non ha bisogno di aumentare le visite, non se la prenderanno mica.
Ah un’avvertenza: I “troppo sensibili” clicchino altrove. Il pezzo ipotizza possibili scenari da Apocalisse. Ahi, dannata nostalgia degli anni ‘80. Quando la cosa peggiore che potevi temere era una guerra nucleare.
—————————————————————————————————————-
Da Repubblica.it: Cosa succede se l’Italia fallisce,
Mettiamo che sono già i primi giorni di dicembre e voi uscite di casa per cominciare a comprare i regali di Natale. Vi fermate ad un bancomat per rimpinguare il portafoglio, infilata la carta, ma non succede niente: il prelievo non è disponibile. Provate ad un secondo Bancomat, ad un terzo, ma è dovunque la stessa storia. Nel negozio, il titolare declina cortesemente di accettare la vostra carta di credito e chiede euro contanti. Che succede? Un black-out elettronico? No. Succede che, mentre voi non eravate attenti, l’Italia ha dichiarato default, è uscita dall’euro e sul paese è sceso un black-out non elettronico, ma finanziario.
L’ipotesi è ancora remota. Esiste ancora la possibilità di fermare il collasso del debito pubblico italiano, riguadagnando credibilità presso gli investitori e/o salutando l’arrivo del Settimo Cavalleggeri, sotto forma di Bce o Fmi. Ma, se la traiettoria dei mercati resta quella disegnata in queste ultime ore, quell’ipotesi rischia di materializzarsi. Si chiama, comunque, bancarotta, ed è, in ogni caso, una sciagura, ma può assumere forme diverse: bancarotta dolce (“orderly default”), bancarotta extra strong (“disorderly default”), bancarotta con il botto (l’uscita dall’euro).
Bancarotta dolce. E’ quanto è già stato previsto per la Grecia. Sostanzialmente, un concordato fallimentare. I creditori accettano un taglio al valore nominale dei titoli italiani e un tetto al relativo tasso di interesse. L’Italia alleggerirebbe il suo debito pubblico (ad esempio del 30 per cento), portandolo a livelli più vicini a quelli di paesi più virtuosi. Collocare nuove emissioni presso investitori già scottati, tuttavia, comporterebbe tassi di interesse relativamente alti. Per i risparmiatori, infatti (il 12 per cento dei titoli è in mano alle famiglie, un altro terzo lo detengono i fondi) il taglio sarebbe una pesante tosatura.
Ancora più gravi gli effetti macroeconomici. Le banche, italiane ed estere (gli istituti francesi e tedeschi hanno in pancia circa 150 miliardi di euro in titoli pubblici italiani) accuserebbero forti perdite di bilancio e avrebbero bisogno di aiuti per ricapitalizzarsi: in ogni caso, ridurrebbero il credito alla clientela, in un momento in cui l’Europa è già sull’orlo della recessione. E’ il temuto “credit crunch”
La bancarotta extrastrong. E’ il caso Argentina: il default selvaggio. L’Italia annuncia che non pagherà più i suoi debiti, togliendo dal tavolo quasi 2 mila miliardi di euro. Almeno per qualche anno, nessun investitore estero ci presterebbe più soldi. Tecnicamente, non è un problema gravissimo: lo Stato continuerebbe a funzionare. Al netto degli interessi, infatti, il nostro bilancio è quasi in pareggio. Ma gli effetti economici sarebbero devastanti. Il rischio di fuga dei capitali - già presente nello scenario “dolce” - diventerebbe immediato. Oltre allo Stato, anche le aziende italiane si vedrebbero chiudere l’accesso ai mercati. Ma, soprattutto, l’impatto sulle banche e sul sistema finanziario mondiale sarebbe enorme e il “credit crunch” una certezza.
La bancarotta con il botto. E’ quasi impossibile che un default selvaggio non comporti anche un’uscita dell’Italia dall’euro. Tecnicamente, è un incubo: bisognerebbe rivedere i trattati europei e rivotarli, stampare la nuova moneta, riprogrammare computer e bancomat con la nuova valuta. Ma, economicamente, è molto peggio: all’impatto del default selvaggio bisogna aggiungere nuovi elementi. La fuga di capitali diventerebbe una certezza, nel tentativo di spostare i propri euro all’estero, prima della conversione.
Agli sportelli delle banche, ci sarebbe l’assalto. Verrebbero varati stringenti controlli sui movimenti di capitali e, probabilmente, ci sarebbe anche un congelamento dei conti correnti bancari, come in Argentina. La nuova moneta sarebbe svalutata, rispetto all’estero. Questo rilancerebbe le esportazioni (escludendo ritorsioni commerciali da parte degli ex partner europei), ma l’Italia, uscendo dall’euro, uscirebbe anche dall’Unione europea e non potrebbe più usufruire dei vantaggi del mercato unico.
La svalutazione, d’altra parte, rende più competitive le esportazioni italiane, ma rende assai più care le importazioni, a cominciare dal petrolio. Il risultato sarebbe veder ripartire, di gran carriera, l’inflazione e la rincorsa prezzi-salari. Molto dipende dall’entità della svalutazione che, però, è difficilmente gestibile: per riguadagnare la competitività perduta, negli ultimi dieci anni, verso la Germania, all’Italia occorrerebbe un deprezzamento della moneta del 25%.
Ma il crollo della nuova lira, secondo gli analisti dell’Ubs, sarebbe inizialmente molto più alto, fino al 50-60%. Per questo, gli esperti della banca svizzera (che ipotizzano barriere commerciali nel resto d’Europa contro i prodotti italiani a costo stracciato) calcolano che il Pil italiano potrebbe inizialmente contrarsi anche del 40%. All’Ubs sono, probabilmente, troppo pessimisti, ma il punto è che l’introduzione della nuova lira sarebbe assai diversa dalle svalutazioni della vecchia, perché rimarrebbero valide le precedenti obbligazioni dell’euro.
I debiti fra italiani potrebbero essere ridenominati in un rapporto uno a uno (una nuova lira per un euro): chi ha un mutuo di 100 mila euro, si troverebbe con un mutuo di 100 mila nuove lire. Ma quelli esteri resterebbero in euro, da pagare con una moneta svalutata del 50-60 per cento
Per una economia, come quella italiana, profondamente integrata in Europa, sarebbe un massacro: molte aziende, con incassi in lire e debiti in euro, finirebbero schiacciate e, a catena, dovrebbero chiudere.
Maurizio Ricci
SENZA PAROLE - Settimana enigmistica docet.
Grazie per la segnalazione a Salvo Califano.

Una mia collega giornaloide qualche giorno fa ha dato al fenomeno una definizione impeccabile, perfetta, degna di una citazione sul prossimo Zingarelli. Ha parlato di “Distorsione del concetto di democrazia”. Ci si riferisce alla nascita e alla crescita indiscriminata di una generazione di tuttologi locali. Gente che, sbandierando l’ articolo 21, inonda le caselle di posta elettronica di giornali, non solo online, per dire la sua su ogni argomento. Dall’isola non più pedonale, al rigore non dato al Catanzaro domenica scorsa, dall’Università in centro alle buche nel quartiere Sala, dalla fame nel mondo alla questione morale, alla crisi economica, e chi se ne frega se crede che lo Spread sia uno spray da spruzzare sulla testa per combattere la calvizie. Nascono così associazioni monomembro o al massimo monopianerottolo che sembrano avere solo lo scopo di praticare un opinionismo esasperato, molesto, scriteriato.
E permaloso direi, almeno stando alle accuse di censura che costoro inviano quando non trovano il loro capolavoro online.
Anche se ti limiti ad ignorare solo, e sottolineo solo, quelle note che sono un cocktail assortito di qualunquismo, ovvietà e soverchie cazzate. Insomma, diamine, dovrebbero solo ringraziarti se le celi al pubblico ludibrio. Invece invocano la libertà di opinione, sbraitano, ti dicono che sei funzionale al sistema perché non hai dato spazio alle loro mirabili esternazioni. Anche per un deskista come me dotato di una riserva di pazienza considerevole, non è facilissimo gestire la situazione. Ma, visto che non c’è limite al peggio una nuova moda si è materializzata. Non più, o meglio, non solo l’associazione-prezzemolo. Noni. Ecco a voi le note stampa di membri di associazioni che, pure firmandosi come presidenti delle tali, vengono sbugiardati tre ore dopo dal direttivo delle stesse che ne prende le distanze pronunciando la mitica frase in puro politichese “Ha parlato a titolo personale”.
Minchia, l’associazione che si dissocia dal suo presidente che a volte è l’unico membro ragionante. Una sorta di schizofrenia, sdoppiamento della personalità. Un ossimoro? No, peggio.Un fenomeno psichiatricamente rilevante . E allora più che distorsione del concetto di democrazia forse trattasi di distorsione mentale tout court.
Sergio Cammariere - Tutto quello che un uomo (di SonoSoIoCanzonette)

Ma quale Cityville, altro che Farmville. La città che rappresenta di più Facebook non è una delle località immaginarie che gli appassionati dei giochetti del social network conoscono bene, ma almeno in Italia esiste davvero e si chiama Catanzaro. La diagnosi è perentoria e non è empirica. Tanto per essere chiari non è basata sui comportamenti del nostro concittadino comune. Non è legata alla sua tendenza a comunicare sempre più spesso con note in bacheca o a chattare anche se si trova sulla stessa funicolare del suo interlocutore o al bar seduto davanti a lui, come succede ai personaggi di uno spot dell’azienda turistica elvetica molto in voga sul web. No, non è questo il punto, anche perché questa, diciamolo chiaramente, non è certo una condotta tipica solo del catanzarese medio.
Sono i numeri ad attribuire alla città tra i due mari questo (non si sa quanto ambito) primato. Il capoluogo della Calabria è quello con maggior numero di iscritti Facebook in rapporto alla popolazione. E che rapporto. Secondo quanto riportato dal sito wearesocial.it (che ha analizzato i dati di Facebook e le popolazioni delle città riportate da Wikipedia) i catanzaresi iscritti al social network sono 201.600 a fronte di 93 mila abitanti. Cifre alla mano parliamo del doppio degli abitanti (rapporto esatto 2,163). Impossibile? E’ perché mai. La graduatoria tiene conto di tutti gli utenti che in Italia o in capo al mondo dichiarano Catanzaro come città di appartenenza (Clicca Qui per saperne di più). Certo si potrà dire che sono cifre da interpretare, che devono essere lette con attenzione, che nel calderone ci sarà certamente l’abitante del paesino di provincia che dice di essere “cittadino”, il buontempone che avrà due o tre diversi account o avrà creato una identità farlocca. Tutto corretto ma, comunque la si metta, la tendenza resta, ed è chiara.
Il fenomeno della popolazione reale inferiore a quella iscritta al social network è comune alle prime dieci località inserite nella classifica dei capoluoghi con più alta densità di utenti. Dopo Catanzaro c’è Cagliari (1,86), Ancona (1,74). Se poi si dà un’occhiata alla classifica assoluta, che tiene conto solo del numero degli utenti, la città dai due mari è preceduta solo da località con una popolazione molto superiore, ed è comunque nella top ten. Insomma il popolo catanzarese qualche soddisfazioncina la sta regalando ai responsabili californiani del social network che ha sede a Palo Alto, tanto che noi, dal basso, ci permettiamo di lanciare loro un suggerimento-interrogativo scherzoso (forse). Che i tempi siano maturi per aggiungere l’idioma catanzarese tra le opzioni linguistiche di chi si iscrive? Un bel facebook in dialetto in cui la Bacheca diventi U muru e l’opzione Mi piace a un commento si trasformi in un Nescia pacciu. Mediti mister Zuckenberg, mediti.
(Pubblicato su Catanzaroinforma.it)

Una giornalista del Corriere della Sera Gabriela Jacomella decide di lasciare il suo posticino di redattore a tempo indeterminato. Non ne può più, preferisce vivere, si sente attratta dal mondo oltre la porta della redazione e teme, non a torto, di dimenticare un giorno o l’altro come è fatto. Lo scrive su un blog, diventa una notizia commentata da chiunque, soprattutto da chi non sa cosa significa, impaginare, titolare, pastonare, reimpastare, correggere, stampare. Parole in libertà spesso a sproposito, pareri a volte intrisi di qualunquismo, lezioni di morale improvvisate ma che non mi sorprendono nell’ opinionismo diffuso della Rete. Io ho fatto per sei anni di fila l’operaio del desk. Quando mi hanno dato lo stop, tre anni orsono di questi tempi, ero esausto. Come Gabriela. E piombare nella disoccupazione (da cui ancora non sono del tutto uscito) non mi impauriva. Credo che il redattore in un giornale cartaceo sia una figura che assorba in sè tutti gli aspetti negativi della professione giornalistica: routine, alienazione del mondo, ridotta o assente vita sociale, contrasti assurdi, nervi a fior di pelle, stress. Nessun essere umano dall’età della pietra in poi ha fatto tanto male da meritare di farlo per tutta la vita. Lavorare per il Corsera, per il Quotidiano, per la Gazzetta del Balengo, per Agricoltura Oggi, sotto questo aspetto non è così differente. Io la penso così. Comunque la letterina della mia sconosciuta collega la terrò sempre presente. Servirà per dissuadermi quando mi verrà in mente di esternare l’incosciente nostalgia della vita redazionale. A volte mi capita. L’ho fatto alcuni giorni fa chiacchierando con due colleghi più giovani, Paola Ronchi e Francesco Calvano. Mi è scappata (e non avevo nemmeno bevuto) una frase del tipo “Non è che avete bisogno di un inserviente lì da voi?”. Come se una redazione di un quotidiano locale fosse l’ambiente di lavoro ideale. Non lo è. Anche se alla soglia delle 38 primavere credo di non potermi prendere il lusso di fare tanto il prezioso. Comunque se volete farvi un’idea della scelta di Gabriela il link è questo: http://affaritaliani.libero.it/mediatech/fuga_dal_corsera050711.html